Nicole

I think I’m losing you
but I will never regret choosing you
‘Cause I am in love
and for now that will be enough

and the ones around me convinced me that I was the only person
who was dumb enough to believe that you and I had hope
but now I know even after you begin to let your emotions slow
the reason I stood alone was because I was the only one who knew our love was never gonna let go

Everyone wanted me to see that we could not thrive
so gouge out my eyes
‘cause if this is reality then I guess I’m not alive
Because I don’t know a life in where I can’t make things right

And when life teaches you to drive
and you finally say goodbye
and you won’t let me stand by your side
I’ll know that though some feelings are hurt
none will have died

‘Cause I used to stay up at night
and picture myself looking in your eyes
Shouting as you would sigh
How dare you think you can fall asleep?
With water dripping from the kitchen sink
How dare you think you can fall asleep
With all these little leaks in this home we built in our dreams?

A picture’s worth a thousand words
of whatever people say to me
It’s hard to believe when your mind is lost and in need
and all you can picture is a memory inside of someone else’s sheets

A prayer that nothing will keep
A hope that light will seep
before the dark sinks too deep
or at least the sinking feeling inside of me will decrease
when the release of perceived dreams burn in the flame of feeling free
So feel free to be free if that’s what you need

And if someday you feel alone
and everything caves in when you try to breathe
Know that you’re not alone
as far as I can see,
‘cause you were everything to me

Through this I’ve realized that if I were god
we would’ve all just died
because darling, you were mine
and now I feel so dead inside
and what good am I if all I can create
is a projection of my own mind

A dream of finding time to remind you
that I’m still here, and I’m not fine
And darling if you’re going to leave
just remember who you are
and do what you can to remember me

Maybe someday we can talk about our past
and we can talk about the weather
Whenever you leave I dont care what I’m remembered for
I just want to be rememebered

Because even if I fail you, at least I tried
and maybe our lives dont add up now
But someday our graves will look the same
when we both die

and if I had a chance
I’d give you one last kiss
and I’d bite down on your lip
and I’d try to puncture it

So you’ll never forget that time that you’ll always regret
and darling, I know that sometimes life will take a turn for the worse
and sometimes life will even hurt, and I know some days,
some days you’re afraid of the lessons you’ll have to learn
and some days you’ll even feel burned
and I’ll wanna let you know I wanna love you through them
But I always get what I deserve

Hotel Books, Nicole (x)
I’m Almost Happy Here, But I Never Feel At Home

Impossibile

«Ti amo.»

«Io di più.»

«Impossibile.
Quando ero piccolo dicevo sempre a mia madre che le volevo più bene di quanto lei ne volesse a me. Lei mi diceva “impossibile”, allora io le chiedevo il perché e lei mi rispondeva: “Be’, perché io sono la mamma.”
Non capivo mai il senso, ma è il modo in cui vorrei dirtelo.»

Note memorabili – nota n. 1

Avevo pensato a questo come ad un post unico, con una decina di canzoni. Poi mi sono accorto che stava diventando troppo lungo, e i post lunghi annoiano. Io in genere neanche inizio a leggere quelli con troppe righe. Così ho deciso di spezzarlo. Parlo di una canzone alla volta, in tanti piccoli post di poche righe. Che è meglio. Bene, dopo questa piccola premessa possiamo iniziare.

Ogni canzone ha un suo ricordo. La musica che ascoltiamo è in grado di assorbire i momenti che viviamo, per poi rievocarli ogni volta che riascoltiamo quelle note. Un po’ come una fotografia che immortala un paesaggio, un volto, un oggetto. Mi capita spesso di ascoltare una canzone e iniziare a sorridere, magari mentre sono sul pullman o in metropolitana, così tutti gli altri possono guardarmi e chiedersi cosa diavolo mi passa per la testa, per quale assurdo motivo sto ridendo.

Come quando parte Ho Ho Hopefully dei The Maine sull’iPod. L’inverno scorso ero piuttosto fissato con questa canzone, la ascoltavo in continuazione. In quel periodo ero in ospedale, vittima di due operazioni ai polmoni, e ci sono rimasto per un mese. Adesso, ogni volta che sento questa canzone, non riesco a fare a meno di pensare a quel mese. Non ai tubi vari infilati nel mio torace, alle flebo, al dolore. Le cose brutte si dimenticano. Penso ai momenti belli e allegri, perché nonostante il luogo e la situazione ce ne sono stati molti.

Earl Grey Pen


source: www.twiningsusa.com

Pensavo di farlo da un po’. Il vecchio nome non mi piaceva per niente, non riesco nemmeno a ricordare il motivo per cui lo scelsi. Così ho deciso di cambiarlo. Perché Earl Grey Pen? Semplicemente perché ho l’abitudine di bere una tazza di Earl Grey, preferibilmente Twining o Lipton, quando scrivo sul blog. Cioè, non solo quando scrivo sul blog, a dire il vero. Bevo tè in continuazione. Ma quello di avere una tazza fumante di fronte a me quando inizio un nuovo post è ormai un rito. Quindi, da questo rito nasce il nuovo nome. Una combinazione di Earl Grey Tea e pen, sapete, quella bellissima invenzione con cui solitamente la gente scrive.

Un giorno da leone

I miei polmoni fanno schifo. Penso che questa ormai sia un’informazione di pubblico dominio. Ho subito tre operazioni fin’ora, e Dio solo sa cosa mi aspetta ancora. Potrei non dovere mai più rivedere un ospedale, così come potrei entrarci e non uscirci più fra una ventina di anni. O domani. Non lo so, e non lo voglio nemmeno sapere. Se dovesse presentarsi di fronte a me una veggente, offrendosi di vedere quanto tempo mi rimane ancora, rifiuterei. L’unica cosa che adesso mi è più chiara che mai è che il nostro corpo è fragile, non siamo immortali, prima o poi la fine arriverà, in ogni caso, per tutti. Questa è l’unica certezza che abbiamo.

«Mantieni uno stile di vita tranquillo, non fare sforzi eccessivi», diceva sempre il dottore. «In questo modo vedrai che non avrai problemi». Ma ne vale davvero la pena? Passare una vita da vegetale, confinata alla solita routine quotidiana. No, non per me. Io sono quello che quando va a sciare ama gettarsi nel pericolo, alla ricerca della scarica di adrenalina, per il puro piacere del rischio. Quello che ha bisogno di provare ogni volta emozioni nuove, sempre più forti.

E allora la domanda sorge spontanea. È meglio un giorno da leone o cento da capra? Sono davvero disposto a trascorrere una vita passiva, probabilmente più lunga, d’accordo, ma priva di esperienze che siano in grado di segnarmi nel profondo? Immergermi negli abissi oceanici alla scoperta di un mondo completamente nuovo. Attraversare i ghiacci della Lapponia su slitte trainate da cani, aspettando di vedere l’Aurora Boreale. Scalare il Kilimanjaro, provando quelle stesse sensazioni descritte da Michael Crichton nella sua autobiografia, Viaggi. Lanciarmi nel vuoto insieme ai miei amici con un paracadute. Sono disposto a rinunciare a tutto questo, rinunciare a vivere una vita degna di essere vissuta, pur di sopravvivere? Perché non ci sono altri termini per descrivere quella condizione di passività.

Non mi aspetto che qualcuno mi capisca, a dire il vero. Parlo spesso di questo con molte persone e ogni volta mi sento rispondere le stesse cose. Sono uno stupido, non è così che si ragiona, la vita è bella e non va gettata al vento e così via. Esattamente. La vita è bella, e io voglio godermela fino in fondo. Ma non è sicuramente restando schiavo della monotonia, dello “stile di vita tranquillo”, che renderò la mia vita speciale. Quindi preferisco vivere un giorno da leone, e morire soddisfatto, piuttosto che trascorrere cento giorni infelici da capra.

Un, due, tre, stella!

C’è una persona che un tempo consideravo una grande amica, forse una delle persone che meglio mi conoscono, ma poi successero delle cose e quest’amica divenne un po’ meno amica. E c’era un’altra persona che mi assillava, non mi si staccava di dosso. Ricordo ancora ciò che un giorno la mia amica-ora-poco-amica disse alla persona assillante. “Lui è strano forte, ma ormai mi è chiaro il concetto che più gli stai appresso e più ti allontana.”

Sono convinto che mai parole più veritiere nei miei confronti siano state dette. Perché in fondo è vero, sono fatto così. Ci sono io e intorno a me ci sono mura di roccia e pietra. È inutile che provi a scavalcarle, perché sono alte, ma proprio tanto, e appena capisco il tuo intento ti rimando di nuovo al punto di partenza, come nel gioco Un, due, tre, stella!

Ancora più inutile è provare a urlare “Stellone!

La serietà del lavoratore

Praticamente dopo un mese, mi è arrivato oggi a casa qualcosa che stavo aspettando, una cartolina speditami da Londra. Una cartolina from the bae. Penso che nessuno si sorprenderà nel sentirmi dire che ormai avevo perso le speranze ed ero convinto che non sarebbe mai arrivata. Sappiamo tutti come funzionano le poste, in fondo, no? Probabilmente la vera sorpresa sta proprio nel fatto che oggi abbia trovato nella casella quella cartolina, che è pur sempre qualcosa, suvvia.

Ora, va bene che il fatto che sia arrivata è già un traguardo, ma le condizioni? Voglio dire, penso che anche quelle abbiano un minimo di importanza. Poi magari, boh, sono io che chiedo troppo forse. Non so cosa ci abbiano fatto con questa cartolina, nel percorso da Londra a Milano, e francamente nemmeno lo voglio sapere. Mi aspetto di tutto. Ma davvero davvero. Bordi che dire stropicciati sarebbe un eufemismo. Io mi immagino il postino che, in preda ad un attacco di fame acuta, inizia a rosicchiarla. Spiegazzata a tal punto che mi è venuto da chiedermi dove sia stata. Ma non lo voglio sapere, grazie. Sto bene così. E quello che mi fa più ridere è il timbro. Solitamente il timbro si fa nell’angolino sul retro, no? Che almeno non disturba. Invece a questo postino non piaceva l’angolino, eh no, quindi ha deciso di piazzare il timbro proprio al centro della cartolina, sul lato frontale. Così io posso ammirare Piccadilly Circus in tutta la sua bellezza, con il suo famoso timbro arancione fluttuare in mezzo alla piazza.

Adesso, scherzi a parte, cosa mi significa tutto questo? Perché, voglio dire, non serve nemmeno l’intuito a capire che non è così che funzionano le cose, dovrebbe essere ovvio che un minimo di correttezza ci vuole nel trattare oggetti altrui. Capisco che il lavoro del postino possa essere noioso quanto vuoi, ma d’altronde ogni mestiere ha i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi aspetti divertenti e quelli più seccanti, perciò questo non giustifica la svogliatezza né il disimpegno. Ogni mestiere richiede serietà. Quindi, così come io ci metto serietà nel lavoro che svolgo per altri, mi aspetto che lo stesso venga fatto con ciò che è destinato a me.